Metodo di estrazione delle camere

Estrazione diamanti

Estrazione

La scoperta dei grandi giacimenti diamantiferi

Nell’estrazione dei diamanti l’India e stato l’unico produttore di diamanti fino al 18° secolo; tranne un’unica eccezione tutti i depositi indiani sono secondari, in quanto nella maggior parte dei casi i depositi primari originali non possono più essere rintracciati.
Generalmente parlando i depositi indiani si trovano lungo i corsi d’acqua di piccole o di medie dimensioni, specialmente lungo i fiumi interni, vicino a Jaipur o nelle zone vicine a Madras, Bangalore e Hyderabad; tutti questi fiumi confluiscono nel Golfo del Bengala.
Il grande buco Buco Kimberley
Il grande buco Buco Kimberley

Nel corso dei secoli molti depositi secondari si sono spostati a causa del movimento delle acque e di conseguenza molte antiche descrizioni dei depositi indiani non sono più così attendibili. Anche le vallate fluviali piene di diamanti descritte da Tavernier nei suoi diari, attualmente non esistono più; tutti questi giacimenti “storici” che non possono più essere rintracciati con sicurezza vengono definiti “depositi non confermati”.

Attualmente esistono solo cinque giacimenti noti lungo le sponde dei fiumi; quattro si trovano nella regione attorno a Hyederabad, mentre il quinto è localizzato lungo il Ken, un emissario del Gange.
Questo ultimo giacimento venne individuato come camino diamantifero nel 1949 e attualmente è l’unico giacimento primario in India. Si suppone che nei 2000 anni di estrazione i depositi indiani abbiano fornito circa 12 milioni di carati.
Oggi la produzione indiana e minima e di poca importanza.
Nel 1725 alcuni ciottoli luminosi provenienti dal Brasile raggiunsero l.isbona provenivano dallo stato brasiliano di Minas Gerais ed erano stati accidentalmente estratti da un ricercatore d’oro che, come i suoi colleghi, continuava a trovare questo particolare tipo di pietra con alto peso specifico, nelle batee che utilizzava per estrarre l’oro.
Gli esperti di Lisbona identificarono i ciottoli come diamanti, scoprendo quelli che furono i giacimenti diamantiferi più ricchi di quegli anni; già dal 1727, solo due anni dopo, navi cariche di diamanti navigavano regolarmente tra il Brasile e il Portogallo.
Campi diamantiferi
Campi diamantiferi

L’otto Febbraio del 1730 un decreto reale impose ai giacimenti brasiliani, che erano proprietà della corona Portoghese, un controllo militare più severo.

Nei decenni che seguirono, proprio mentre i depositi indiani cominciavano ad esaurirsi, il Brasile continuò a produrre grandi quantitativi di diamanti, assumendo la posizione dominante che fino a qualche anno prima era stata dell’India.
Nel corso degli anni vennero scoperti nuovi giacimenti e al giorno d’oggi si conoscono quattro grandi e importanti gruppi di depositi. Il primo, e tuttora più importante, gruppo comprende i depositi dello stato di Minas Gerais, mentre il secondo gruppo quelli dello stato di Bahia. Il terzo e il quarto gruppo, negli stati del Mato Grosso e di Goias sono molto meno importanti.

Tipologie di depositi di diamanti e concessioni

Tutti i depositi attualmente conosciuti sono secondari, o di ordine inferiore, e possono essere di tre tipi: “depositi alti”, “depositi bassi” e “depositi fluviali”.
I depositi alti, situati sugli altopiani da 1200 a 1500 metri di altezza, si sono formati circa un miliardo di anni fa dall’erosione dei giacimenti primari, tuttora sconosciuti. I depositi bassi si sono formati dall’erosione dei depositi di alto livello, mentre l’erosione di quelli bassi ha prodotto i depositi fluviali. Come per i depositi indiani anche in questo caso è necessario cambiare spesso luogo di estrazione a causa dei problemi legati all’erosione. Vengono infatti costantemente intaccate nuove vallate vicine ai fiume mentre le vecchie concessioni minerarie vengono abbandonate.
l depositi primari originali, tuttora sconosciuti, potrebbero essere situati nell’inaccessibile giungla brasiliana. Nel corso di 150 anni di estrazione diamantifera (dal 1725 al 1875), il Brasile ha prodotto più di 16 milioni di carati di diamante grezzo, più di quanto l’India sia riuscita a produrre in più di due millenni. Al giorno d’oggi il brasile produce circa 1’1,5 % della produzione mondiale; la maggior parte proviene dalla zona di Minas Gerais, con le regioni di Diamantina e Bagagem che producono circa 22.000 carati di diamanti.
Nel 1867, dopo circa 140 anni dalla scoperta dei depositi brasiliani, nell’insediamento inglese di Hopetown nella Provincia del Capo, in Sud Africa, avvenne una scoperta destinata a cambiare il mercato del diamante. Mentre giocava sulle rive del fiume Orange, un bambino trovò un ciottolo trasparente e affascinato da questo nuovo “giocattolo” lo fece vedere ai suoi genitori. Dopo attente analisi da parte di un esperto in mineralogia venne annunciato che era stato scoperto il primo diamante africano a cui venne dato il nome di “Eureka”. Poche settimane dopo la sua scoperta l’Eureka fu tagliato in una forma ovale da 10,73 carati e messo in mostra alla fiera di Parigi.
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Oggi l’Eureka è di proprietà di un privato. Nei due anni successivi, dopo attente analisi di prospezione, si arrivò alla conclusione che oltre al fiume Orange anche la valle del suo affluente Vaal, conteneva diamanti in giacimenti
secondari fluviali. In poco tempo non solo la Provincia del Capo, ma anche il Transvaal e lo Stato Libero dell’Orange cominciarono a produrre diamanti.
Le sorprese però non erano finite; nel 1870 si scoprì che anche l’altopiano compreso tra i fiumi Vaal e Modder conteneva diamanti e poiché questa zona non era un letto di un fiume in secca e i diamanti non si trovavano solo in superficie, si coronava il sogno di geologi e mineralogisti: finalmente era stato scoperto un deposito primario!
Durante gli anni successivi si scoprirono quasi tutti i principali giacimenti primari dell’Africa. La prima di queste miniere, scoperta nel Luglio del 1870, è attualmente conosciuta come Miniera Jagersfontein. Nello stesso anno si scoprirono i depositi De Beers e Kimberley, entrambi vicini a Kimberley. La quarta grande scoperta avvenne nel 1871, quando vennero trovati i depositi di Koffiefontain nello Stato Libero dell‘Orange, mentre la quinta e ultima grande scoperta di quel periodo fu la Miniera Premier, vicina a Pretoria. Atri importanti depositi scoperti verso la fine del secolo formano le miniere Wesselton, Bultfontein e Dutoispan. E’ interessante notare come tutti i camini diamantiferi africani, circa 250 in tutto, si trovano su di una zona di circa 300 chilometri che si estende tra Pretoria e Kimberley.
Fin dall‘inizio fu chiaro che tutti questi giacimenti primari contenevano enormi riserve di diamanti e che le pietre potevano essere estratte non solo dal morbido “terreno giallo” ma anche dal “terreno blu” e dal sottostante “terreno duro”. La produzione era così abbondante che già nel 1880 l’Africa aveva superato il Brasile, diventando il primo produttore mondiale di diamanti dell’epoca.
Metodo di estrazione delle camere
Metodo di estrazione delle camere
Le notizie giornaliere di nuove miniere e di pietre di grandi dimensioni spinsero migliaia di persone, da ogni parte del mondo, a tentare la fortuna per cercare di scoprire il diamante che avrebbe potuto farli diventare ricchi.
Ogni giomo a Durban arrivavano centinaia di persone che partivano immediatamente per il difficile viaggio che li avrebbe portati per più di 1000 chilometri verso l’interno della nazione, un viaggio che solitamente richiedeva più di tre mesi.
Negli anni che seguirono la terra attorno a Kimberley venne suddivisa in centinaia di piccole concessioni di proprietà di avidi avventurieri: era iniziata la corsa ai diamanti.
Ai tempi delle prime esplorazioni africane la scoperta di un nuovo camino diamantifero, ricoperto e nascosto dal materiale trasportato dal vento e dalle forze della natura in migliaia di anni (e quindi invisibile all’occhio), era in gran parte dovuto alla fortuna; al giorno d’oggi vengono invece utilizzati metodi di ricerca molto più avanzati.
Prima di tutto il terreno viene analizzato, sia da terra che dall’aria, per determinarne le caratteristiche geologiche e le eventuali anomalie. Squadre di ricercatori analizzano poi scrupolosamente ogni quadrante della mappa, alla ricerca dei cosiddetti minerali traccia kimberlitici che sono sempre presenti vicino ai camini diamantiferi.
 La ricerca viene effettuata sia a livello del terreno che tramite appropriati carotaggi a varie profondità.
Estrazione della frana a blocchi
Estrazione della frana a blocchi
Tutte le informazioni così ottenute vengono successivamente incorporate in mappe topografiche e geologiche che vengono quindi esaminate per scoprire eventuali nuove relazioni. Le ricerche sistematiche di un determinato territorio possono durare anche degli anni.
Uno dei più grandi successi ottenuti con questo metodo accurato e dettagliato e‘ la scoperta, nel 1980, dei depositi diamantiferi del nord del Transvaal, vicino al confine con il Botswana. La Miniera di Venetia, avviata nel 1992, dal 1993 produce una quantità di diamanti pari a quella di tutte le altre miniere del Sud Africa messe insieme.
In aggiunta ai classici luoghi di produzione, si stanno attualmente svolgendo delle ricerche in Siberia, in Finlandia, in Venezuela, in Bolivia, in Groenlandia, in Australia, in Cina e in Canada. Queste nazioni possiedono depositi dei quali non si conosce ancora l’esatta dimensione, ma che potrebbero rivelarsi estremamente ricchi.
Per esempio la Cina, dove all’inizio del 200 secolo sono stati trovati dei diamanti sopra i 100 carati, potrebbe rivelare incredibili sorprese se venissero eseguite delle ricerche dettagliate. La Miniera di Ekati, nei territori canadesi del nordovest, sta già producendo piccole quantità di diamanti e la vicina Miniera di Diavik dovrebbe
diventare produttiva nei prossimi anni (per ulteriori informazioni dettagliate leggere il capitolo “Recenti sviluppi nel mercato del diamante” da
Le miniere ed i metodi di estrazione In origine, nei primi tempi dell’estrazione diamantifera, si conoscevano solamente i giacimenti secondari. Dato che questi depositi, normalmente alluvionali, con— tenevano gruppi di pietre sciolte concentrate in determinate zone, per l’estrazione era più che sufficiente la “batea” (o bacile), uno strumento semplice ma efficace che veniva utilizzato per separare i diamanti dagli altri tipi di roccia.
L’utilizzo della batea è molto semplice e questo strumento può essere indistinta— mente utilizzato per l’estrazione dell’oro, del platino o dei diamanti.
Il materiale contenente i preziosi viene estratto dal letto del fiume e posizionato all’ interno del bacile; a questo punto si comincia a muovere la batea con un movimento circolare continuo in modo che il materiale con peso specifico superiore si depositi al centro, mentre quello più leggero venga trasportato all’esterno dal movimento dell’acqua. Il materiale residuo, o concentrato, viene poi accuratamente esaminato a mano.
Metodo di estrazione Glory Hole
Metodo di estrazione diamanti Glory Hole

 

Con l‘andare del tempo però gli “scavi fluviali” (river diggings) dei depositi secondari vennero via via sostituiti dagli “scavi a secco” (dry diggings) dei depositi primari e fu necessario sviluppare nuove tecniche di estrazione e di lavorazione.
All’inizio il terreno giallo delle varie concessioni veniva sgretolato con l’utilizzo di pale e piccone per poi essere setacciato ed esaminato a mano. Le concessioni minerarie erano relativamente piccole (circa 9.45 metri quadrati) e poiché per legge nessun cercatore poteva possederne più di due o tre, gli scavi cominciarono ad andare verso il basso, in profondità.
Con l’inizio delle associazioni di minatori fu possibile riunire più concessioni e di conseguenza creare una una grande fossa invece che tanti piccoli buchi’, migliorando la qualità e la profondità dello scavo.
Oggi giorno non esiste una miniera di grandi dimensioni che non abbia un grosso buco a fianco.
Il buco più grande e più conosciuto è probabilmente il “Big Hole” (0 “Grande Buco”) di Kimberley, che venne chiuso nel 1914; con un diametro di 465 metri ed una profondità di più di nulle metri è forse il buco più grande mai scavato da mano umana.
Attualmente il Big Hole, con il suo profondo lago, è una nota attrazione turistica e sono ancora chiaramente visibili gli strati di terreno giallo, terreno blu e terreno duro.
Le dimensioni del Big Hole sono però un’eccezione; la Miniera Premier, per esempio, ha una profondità di “soli” 500 metri.
Normalmente l’estrazione di superficie prosegue fino ad una profondità di 100 metri’ per poi passare all’estrazione sotterranea; nei pozzi particolarmente profondi, anche se dotati di una adeguata struttura “terrazzata”, il rischio di frane è infatti molto elevato.
Nei giacimenti a cielo aperto l’estrazione con frantumatori di roccia, scavatrici e camion viene effettuata solo nelle miniere scoperte di recente, come nel caso delle miniere di Finsch e Venetia e nei campi diamantiferi della costa ovest della Namibia e del Sud Africa.
Questi campi diamantiferi sono come minimo terziari dato che i diamanti che sono stati trasportati dal fiume Orange fino al mare sono poi stati riportati a riva dalle maree. L’estrazione lungo questo tratto di costa, che e‘ stata dichiarata zona riservata, e molto faticosa, richiede l’utilizzo di pesanti macchinari ed è di conseguenza molto costosa; visto il prezzo di vendita dei diamanti estratti però, l’enorme lavoro ed i sostanziosi investimenti sono più che giustificati. Le pietre in questo tratto di costa, infatti, non solo sono di elevata qualità, ma spesso presentano notevoli dimensioni. L’estrazione di questi particolari grezzi richiede diversi passaggi.
Innanzitutto uno squadrone di enormi scavatrici rimuove lo strato sabbioso, che può raggiungere uno spessore di 60 metri, e lo utilizza per creare delle dighe di sbarramento contro l’Atlantico; il giacimento vero e proprio si trova infatti sotto il livello del mare. Questo spostamento di materiale viene definito “rimozione del terreno di copertura” (in inglese overburden stripping) e viene fatto incessantemente durante tutte le 24 ore, sei giorni alla settimana.
Sotto lo strato di copertura si trova il deposito alluvionale vero e proprio contenente diamanti, che ha uno spessore di uno o due metri.
ll terreno contenente diamanti viene estratto dalle scavatrici e caricato sui camion che lo trasportano nelle vicine vasche di lavaggio.
Una volta rimosso lo stato superficiale di fango, si procede al controllo dello stato di roccia esposto; per recuperare anche il più piccolo diamante, che potrebbe essersi insinuato nelle crepe del terreno, gruppi di persone armati di scope, attrezzi vari e grossi impianti di aspirazione lavorano incessantemente fino a lasciare una superficie “lunare” dove sembra non sia mai esistito un granello di sabbia.
Oggi giorno la maggior parte delle miniere viene lavorata con metodi di estrazione del diamante sotterranea, ma quasi tutte possiedono un buco, ormai chiuso, che ricorda i tempi di estrazione a cielo aperto.
La principale differenza tra le miniere a cielo aperto e quelle sotterranee è che nel primo caso il buco è posizionato al centro del camino diamantifero e l’estrazione procede dal terreno giallo, verso il terreno blu fino ad arrivare al terreno duro; nelle estrazioni sotterranee invece, il pozzo principale è posizionato di fianco al camino diamantifero e ha una profondità che può raggiungere i 1500 metri dal quale partono delle gallerie che entrano nel camino diamantifero vero e proprio.
Esistono tre metodi di estrazione che prevedono la costruzione di tunnel e gallerie, e tutti permettono la completa estrazione del materiale che contiene diamanti.
Il metodo più vecchio, proposto verso la fine del secolo e oggigiorno sostituito da metodi più efficaci, e l’estrazione per vuoti o per camere (in inglese chambering with caving). Questo metodo innovativo fornì, tra le altre cose, l’esperienza necessaria per sviluppare gli altri due metodi utilizzati anche al giorno d’oggi.
Con il metodo dell’estrazione per vuoti o per “camere” si dimostrò per la prima volta che era possibile estrarre e trasportare la kimberlite contenente diamanti facendo collassare i detriti superficiali nelle camere sottostanti grazie alla forza di gravità. In questo caso i minatori scavavano molte gallerie, disposte parallelamente le une alle altre e regolarmente distanziate a vari livelli di profondità fino a rimuovere completamente il materiale all’interno di ciascuna galleria. Grazie alla forza di gravità lo spazio lasciato vuoto veniva presto riempito dal materiale che collassava dall‘ alto e i minatori si spostavano nella galleria al piano inferiore. Il grande svantaggio di questo metodo era l’enorme quantità di lavoro manuale richiesto; la kimberlite infatti doveva essere estratta a mano e caricata sui camion all’intemo delle gallerie.
Tabella estrazione miniere carati
Tabella estrazione miniere carati
Jegli anni ’50, grazie alle informazioni ricavate da questo tipo di estrazione, venne sviluppato un nuovo metodo: l’estrazione per franamento a blocchi (in inglese block caving). Questa nuova tecnica di estrazione venne utilizzata per la prima volta nella miniera li Bultfontein e, visti i buoni risultati, successivamente adottata per altre miniere. Nell’estrazione per franamento a blocchi le gallerie sono sostenute da volte in cementoche presentano delle aperture. non troppo grandi, all’interno delle quali la kimberlitc frana a causa del suo stesso peso e si frantuma. La kimberlite frantumata viene quindi convogliata. attraverso particolari imbuti, trasportata e scaricata direttamente dentro i camion che provvedono al suo trasporto verso l’esterno. In questo modo le operazioni manuali sono ridotte al minimo. E’ però necessario eseguire calcoli molto precisi per determinare l’esatta dimensione delle aperture che permettono alla kimberlite di franare; è già accaduto che aperture troppo “generose” abbiano fatto collassare l’intera galleria dopo che era stato estratto del materiale 0 a causa di piogge particolarmente forti.
D’altra parte se l’apertura e troppo piccola la kimberlite non si frantuma abbastanza, con il rischio di danneggiare gli imbuti; in questo caso potrebbe quindi essere necessaria la dinamite, che oltre a produrre effetti non sempre prevedibili è anche molto pericolosa. Nonostante la grande esperienza acquisita in molti anni di lavoro, i problemi legati a questo tipo di calcolo non sono ancora stati completamente risolti e si continua a studiare per rru’gliorare il sistema.
Il metodo più efficace per l’estrazione sotterranea è il cosiddetto metodo di estrazione “glory hole”, che unisce i vantaggi dell’estrazione a cielo aperto, dell’estrazione per camere e dell‘estrazione per franamento a blocchi. In questo caso vengono prima create delle terrazze a cielo aperto, che presentano una inclinazione di 65°; successivamente vengono scavate delle gallerie, ad intervalli di circa 50 metri una dall’altra, che entrano nella kimberlite delle terrazze fino a raggiungere il limite del camino diamantifero; con la dinamite si fa quindi esplodere queste gallerie e il materiale frantumato che ne risulta scivola verso il basso sulle terrazze fortemente inclinate, fino a
raggiungere il fondo della miniera. Sul fondo sono posizionati degli enormi imbuti collettori che guidano il materiale attraverso griglie di sgretolamento sempre più sottili. Alla fine del processo la kimberlite, che ormai ha la dimensione di una grossa palla da calcio, viene automaticamente caricata su dei camion; attraverso particolari montacarichi e una risalita di qualche centinaio di metri, il materiale raggiunge finalmente la superficie ed è pronto per le successive lavorazioni.
L’estrazione con il metodo “glory hole ” unisce i vantaggi dell ’estrazione a cielo aperto, dell ’estrazione per camere e dell ’estrazione per franamento a blocchi. Questa particolare tecnica permette di effettuare complesse operazioni con un minimo intervento manuale.
Questo metodo presenta tre grandi vantaggi: prima di tutto le operazioni necessarie per passare da una miniera a cielo aperto ad una sotterranea sono meno impegmttch rispetto alle altre due tecniche precedentemente descritte; in secondo luogo con questo metodo e possibile estrarre tutta la kimberlite, fino al limite del camino diarnantil’cro, procedendo di lor razza in terrazza; infine la naturale forza di gravità svolge il lavoro di disgrengione che altrimenti dovrebbe essere eseguito mzmualmente, con grande dispendio di energia. Normalmente la quantita” di diamanti presenti in una miniera, che in media cor. risponde a 0,5 carati per tonnellata di kimberlite, diminuisce con l’aumentare della profondita“, per cui solitamente si stima una profondita” massima di estrazione oltre la quale non è economicamente produttivo procedere.
Negli ultimi anni, grazie alle avanzate tecnologie disponibili, e stato possibile sviluppare una forma di estrazione che prima non veniva nemmeno considerata: l’estrazione dai fondali oceanici. Da ormai diversi decenni si e a conoscenza del l’atto che i diamanti trasportati dal fiume Orange fino al mare, sono stati solo in parte nuovamente sospinti verso la riva e che. molto probabilmente, una grande quantita” di materiale .si trova nelle profondità marine. Dal 1989 ad oggi i diamanti sono stati estratti solo dalle acque al largo della costa della Namibia e del Sud Africa, tra la Baia di Lu”derlitz e l’Orangemund.
L’estrazione è possibile fino ad una profondita‘ di 200 metri e attualmente sono disponibili due metodi diversi. E’ infatti possibile utilizzare un mezzo sottomarino cingolato e automatizzato, collegato alla nave di supporto da una serie di tubi flessibili, che analizza alcune specifiche aree; in alternativa è possibile utilizzare una trivella che parte dalla nave di supporto, affonda nel terreno e aspira il materiale dal fondale marino. La MS Coral Sea, una nave che appartiene alla “De Beers Marine Ltd.” per esempio,è dotata di una trivella di 5.2 metri di diametro che pesa 6 tonnellate.
A questo punto il materiale che contiene i diamanti, sia che si tratti di kimberlite o di fango, viene lavorato. Poiché la quantità di materiale estratto è notevolmente superiore a quella di una volta e poiché il contatto diretto con i preziosi aumenta le probabilità di furto, non e‘ più possibile eseguire le lavorazioni manualmente ed e‘ quindi stato necessario sviluppare delle nuove tecniche automatizzate di separazione. Se si considera che il rapporto tra la quantità di kimberlite lavorata e la quantità di diamanti estratti e di circa 10.000.000 a 1 (circa 0.5 carati di diamante per tonnellata) e che la percentuale di successo nel localizzare i diamanti deve essere il più possibile vicina al 100%, none difficile capire che grado di affidabilità debbano possedere queste macchine. Inizialmente il materiale viene frantumato due o tre volte fino a raggiungere un diametro non superiore ai 30 millimetri (anche se in questo modo si rischia di distruggere diamanti di grosse dimensioni sfuggiti ai precedenti controlli).
A questo punto si procede con la separazione tramite mezzo denso 0 pesante: il materiale frantumato viene mescolato ad acqua e a particolari elementi chimici per creare quella che in inglese viene definita “pulp” o polpa, che presenta un peso specifico costante di circa 2.6. Questa “polpa” viene poi lavorata più volte, con macchinari che uniscono la forza centrifuga e le forze gravitazionali fino ad ottenere un concentrato di minerali e diamanti. La separazione definitiva tra il materiale prezioso e quello di scarto può avvenire in due modi; fino agli anni ’50 veniva sfruttata una particolare caratteristica del diamante, già conosciuta dai minatori di Golconda: l’affinità del diamante al grasso.
E’ difficile bagnare un diamante mentre il grasso vi si attacca molto bene; con la kimberlite ed i minerali affini avviene invece esattamente l’opposto. Se si fa scorrere il concentrato precedentemente ottenuto lungo un nastro trasportatore inclinato e vibrante. cosparso con uno strato di grasso (le cosiddette tavole ingrassate) i diamanti aderiscono e rimangono intrappolati mentre i rimanenti minerali scarti scivolano via. trasportati dall’acqua corrente che viene fatta scorrere sulla superficie. A questo punto bisogna solamente raschiare i diamanti dalla superficie e bollirli per rimuovere il grasso residuo.
Facendo scorrere per diverse volte il concentrato sulle tavole ingrassato è possibile recuperare fino al 95% di tutti i diamanti presenti. Nel 1958 l’Unione Sovietica sviluppo un nuovo metodo di separazione, appositamente studiato per le proprie miniere, talmente efficiente che di li a poco iniziò ad utilizzarlo anche la De Beers.
Questo nuovo sistema si basa sulla proprietà di ogni diamante di emettere fluorescenza, ossia della luce visibile, se viene esposto ai raggi X. Una sottile linea di frammenti del concentrato viene fatta scorrere di fronte ad un intenso fascio di raggi X combinato con una cellula fotoelettrica e un getto d’aria compressa. Quando la fotocellula “legge” la fluorescenza invia un comando al getto d’aria compressa che soffia sul diamante e lo separa dal resto del concentrato. Questo dispositivo è estremamente efficiente e se il concentrato viene fatto passare un paio di volte di fronte al fascio di raggi X, e possibile recuperare quasi il 100% dei diamanti presenti.
Alla fine del processo di separazione, tutti i diamanti vengono esaminati a mano per rimuovere eventuali materiali scarti residui. Per fare questo i diamanti vengono fatti lentamente scorrere su di un nastro trasportatore di fronte agli analisti. Il nastro trasportatore e‘ completamente rinchiuso all‘interno di una “scatola” trasparente; gli analisti inseriscono le mani in due speciali guanti inseriti e bloccati alla pareti trasparenti e rimuovono gli elementi estranei con l’ausilio di una pinzetta. I diamanti grezzi vengono poi puliti da polvere e sporco residuo con un bagno di acido cloridrico e, dopo averne determinato il peso, vengono temporaneamente rinchiusi nella cassaforte della compagnia mineraria.

La sicurezza, il mercato illegale e i benefici sociali

La sicurezza nel settore dei preziosi è un argomento molto importante, che impegna ogm’ giomo sia la parte manageriale che i dipendenti della De Beers. Il furto di diamanti è un problema che esiste da sempre e che molto probabilmente non avrà mai fine, dato che i ladri sono solitamente sempre un passo avanti rispetto a chi cerca di fermarli.
Il lato peggiore del furto di diamanti è che è doppiamente svantaggioso in quanto non solo riduce il giro d’affari della compagnia, ma aumenta quello di qualcun altro. Per eliminare il secondo di questi svantaggi, il CSO ha predisposto degli uffici nel mercato nero, a dis— posizione di chiunque vogh’a vendere ad un buon prezzo i diamanti che sono stati “trovati” dall’interessato. In questo modo si evita che grandi quantità di diamanti possano essere vendute al di fuori del cartello. La De Beers paga molto cara questa misura preventiva in quanto, in realta‘, sta acquistando i propri diamanti ad un prezzo molto elevato.
La De Beers investe ancora più denaro per evitare che questo tipo di furto abbia inizio, utilizzando tecniche e risorse enormi, ma indispensabili, in quanto solo i diamanti di qualità migliore rischiano di essere rubati. Le principali rm’sure di sicurezza, posizionate direttamente nei luoghi di estrazione, includono: zone ad ingresso limitato, recinti di protezione, completa copertura video di sorveglianza, guardie armate e pattuglie di elicotteri che sorvolano continuamente la zona interessata. Tutte queste contromisure cercano di
impedire sia le evasioni che le infiltrazioni dall’esteno.
In aggiunta si cerca di evitare i] più possibile il contatto tra il materiale prezioso e gli operai addetti all’estrazione. Nel capitolo precedente abbiamo accennato agli operai che si occupano del controllo finale dei diamanti: le loro mani selezionano e dividono i diamanti. ma non possono effettivamente “toccare” le pietre preziose. Ulteriori misure restrittive potrebbero includere le perquisizioni corporali, numerosi cambi d’abito al giorno, setacci in tutte le attrezzature sanitarie e molto altro. Ultimamente sono diventati particolarmente popolari i controlli con i raggi X.
Da qualche tempo si utilizza un’altra tecnica particolar’mente efficace per prevenire i furti di diamanti. In passato si preferiva assumere personale addetto alle estrazioni solo per brevi periodi, in modo che gli operai non potessero abituarsi ai sistemi di sicurezza. Purtroppo, anche se questo metodo di prevenzione sembrava molto logico, gli operai che uscivano ad individuare i punti deboli del sistema di protezione più in fretta di quanto la De Beers si aspettasse. Di conseguenza fu necessario trovare un’altra soluzione.

Città abitative per operai

Cosa sarebbe successo se gli stessi operai fossero stati assunti con contratti a lunga scadenza? Probabilmente non avrebbero rischiato un posto di lavoro sicuro per un furto che avrebbe potuto rendere pochi mesi, o anche un anno, di stipendio. La soluzione trovata sembrò adatta alla situazione e attualmente la De Beers la sta utilizzando con notevole successo. Sin dai primi tempi dell’estrazione industriale dei diamanti i minatori abitavano in comunità costruite all’intero delle zone ad accesso limitato; in questo modo i lavoratori non erano costretti a subire quotidiane perquisizioni corporali ed erano costantemente controllati.
Purtroppo la situazione non era delle migliori in quanto all’interno di queste zone potevano abitare solo i minatori, che potevano lasciare la comunità solo molto raramente, senza le loro famiglie e le sistemazioni erano estremamente spartane. Oggi giomo le condizioni dei lavoratori all’interno di queste comunità gestite dalle compagnie minerarie sono molto cambiate tanto che, a prima vista, è difficile distinguerle dalle normali città.
All’interno sono infatti disponibili ampi spazi verdi, le case sono singole e indipendenti e sono disponibili varie attività ricreative. Ovviamente le famiglie vivono con i minatori e proprio per questo all’intero delle comunità ci sono ospedali, asili, scuole, librerie e centri ricreativi.
Gli affitti delle case sono calcolati in base alle quotazioni del mercato e, in aggiunta a] loro salario, i minatori ricevono un sussidio per la casa. Ovviamente, in quanto zone invalicabili, ci sono alcune limitazioni: per esempio gli abitanti non possono possedere piccioni viaggiatori 0 modellini di aeroplani perche’ potrebbero essere utilizzati per trasportare i diamanti rubati al di fuori della zona protetta.
La De Beers presta molta attenzione all’educazione e alla sicurezza dei suoi lavoratori che partecipano a costanti aggiomamenti e ricevono periodicamente nuovi materiali; grazie a questo lavoro di prevenzione ogni anno i membri delle Diamond Producers Association ricevono un riconoscimento per aver avuto il minor numero di incidenti lavorativi invalidanti.
Infine si presta molta attenzione alla protezione dell’ambiente circostante e delle zone naturali presenti nell’area delle miniere e sono sempre presenti sistemi .:‘; filtraggio e di eliminazione dei rifiuti. La De Beers è anche particolarmente attenta a:”.‘conservazione dei luoghi storici e della cultura della zona e fornisce generosi suppo. . economici. in particolare ai progetti educativi del Sud Africa, della Namibia e del Botswana. Non ultimo durante le rivoluzioni politiche avvenute in questi ultimi anni. la De Beers ha contributo ad aumentare il livello di consenso della professione del minatore e ha reso più facile e disponibile l’educazione culturale del popolo nero.
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